Visualizzazione post con etichetta toghe lucane. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta toghe lucane. Mostra tutti i post

martedì 12 gennaio 2021

Quella mera esigenza di ripristino della legalità

 

Quella mera esigenza di ripristino della legalità

 


Viviamo tempi difficili: bella scoperta, diranno in molti.

In verità non è una scoperta recente, di immanente c’è la constatazione sorprendente che anche i gangli istituzionali sono assuefatti ad ogni sorta di spregiudicatezza.

Una cooperativa sociale di produzione e lavoro gestisce un asilo comunale, con un contratto stipulato e registrato a seguito di una gara d’appalto vinta. La Cooperativa assume personale per garantire x posti/alunno, secondo le rigide regole che disciplinano il settore: tot educatrici, tot cuoche, tot guardarobiere; tot addette alle pulizie, tot tot tot.

La Cooperativa ha l’obbligo di mantenere quel personale indipendentemente dal numero dei bambini frequentanti ed il Comune ha l’obbligo di pagare vuoto per pieno per quel numero di posti da garantire.

La storia procede per 13 anni, finché il Comune decide, unilateralmente di ridurre la retta del 30% (l’asilo comunale nel centro città era inagibile e la nuova, si fa per dire, sede dell’asilo era una fatiscente palazzina di periferia dove si era registrato il fuggi fuggi). Meno entrate per 14.500 euro al mese ma le stesse uscite perché le Coop. Sociali non possono licenziare. Il sindaco, meschino, riconosce in un incontro in Prefettura la gravità della situazione, con lui ci sono i dirigenti del Comune, i sindacati dei lavoratori, i responsabili della Cooperativa, il Presidente del Consiglio Comunale: trovato e sottoscritto l’accordo. Il Comune riconoscerà la differenza di 14.500 euro al mese sino all’espletamento della nuova gara d’appalto. Ma è un impegno farlocco, cui ne segue un altro sempre in Prefettura sempre con accordo sottoscritto, sempre con tutti gli attori del caso, sempre disatteso totalmente, sempre farlocco!

Gli stipendi arretrati cominciano ad essere troppi, una raffica di decreti ingiuntivi blocca del tutto la liquidità della cooperativa ed il Comune, giustamente, minaccia di revocare (o meglio di non prorogare) l’affidamento dell’appalto. Sarebbe la chiusura della cooperativa ed il licenziamento di tutte le lavoratrici dopo trent’anni di onorato servizio. Quando tutto sembra perduto, incredibilmente, si riparte dalle socie/lavoratrici. Votano un nuovo assetto amministrativo, votano un piano di risanamento aziendale, si impegnano a dare “respiro” alle finanze rinunciando ad una intera mensilità e impegnandosi a non adire le vie legali se gli stipendi arretrati non superano le tre mensilità.

Si tenterà di ottenere dal Comune quanto promesso, per recuperare anche le tre mensilità ancora in arretrato e per arrivare al nuovo affidamento dell’appalto che, anche se non vedrà la cooperativa aggiudicataria, permetterà alle sue dipendenti di non perdere il lavoro poiché vige l’obbligo del vincitore di assumerle: la c.d. “Clausola Sociale”.

Per “blindare” l’accordo, l’avvocato di alcune dipendenti propone di ratificarlo in sede sindacale e così avviene. Tutte la socie/dipendenti si recano presso il sindacato e firmano, l’intesa: presente il rappresentante sindacale, gli avvocati, le socie/lavoratrici. Tutte tranne una che impossibilitata da improvvisa malattia, non firmerà neanche dopo essere rientrata in salute.

Per otto mesi tutto fila liscio, la cooperativa eroga 13 mensilità ed il bilancio passa da 150 mila euro di perdita a pareggio. Sembra un miracolo ma dura poco.

Otto socie/lavoratrici (sette sottoscrittrici dell’accordo e quella impedita a farlo dall’improvvisa malattia) impugnano l’accordo sindacale: dicono di essere state costrette a firmare. L’avvocato, quello stesso che aveva redatto l’accordo, fornito la giurisprudenza che ne accreditava la legittimità, proposta la ratifica in sede sindacale, presenziato all’assemblea dei soci ed alla firma dell’accordo dal sindacato, le patrocina in sede giuslavoristica (raffica di decreti ingiuntivi) e presso il Tribunale delle Imprese (impugnando l’invalidità dell’assemblea dei soci in cui le sue assistite avevano votato favorevolmente il testo che egli stesso (avvocato) aveva predisposto.

Una truffa premeditata e cinicamente attuata che riporta in rosso i conti della cooperativa, bloccando ogni liquidità. Ma non basta! Quando si prende la china…

L’avvocato e le Sue assistite che si dimettono senza nemmeno concedere il preavviso, chiedono e ottengono altri decreti ingiuntivi per il pagamento del Trattamento di Fine Rapporto, il TFR. Ma anche questa è una truffa, perché il TFR veniva corrisposto mensilmente: lo documentano 2.700 cedolini paga che la cooperativa presenta al giudice del lavoro e vengono ignorati. Lo documentano trent’anni di bilanci ufficiali depositati in camera di commercio. Lo testimoniano i consulenti che hanno curato l’amministrazione della cooperativa e l’amministrazione del Personale: provvisoria esecuzione!

A questo punto, alla cooperativa ed alle socie/lavoratrici rimaste che, da un giorno all’altro hanno dovuto sostenere anche il peso del lavoro abbandonato dalla sera alla mattina dalle loro ex colleghe: non un solo giorno di disservizio o un solo accenno di difficoltà è stato lasciato passare al servizio prestato; non è rimasto che l’atto più difficile; la denuncia penale contro l’avvocato spregiudicato e le ex-colleghe diventate spregiudicati ladri con destrezza.

Qui, viene il peggio, la mazzata più dura.

Il PM, dopo pochi giorni dalla ricezione di una querela argomentata con 2.800 pagine di evidenze probatorie, chiede l’archiviazione scrivendo: “… si sofferma dettagliatamente ad evidenziare le modalità truffaldine con le quali - a suo dire - sarebbero stati presentati ricorsi per decreti ingiuntivi per il pagamento del TFR dalle ex socie, rappresentate dall'avv. ……., nonostante il legale e le sue assistite fossero consapevoli del fatto che il TFR veniva erogato quota parte in busta paga e nonostante per parte delle somme pretese fosse stato già azionato un pignoramento presso terzi in precedenza…

Il Giudice del Lavoro, scrive il falsamente in sentenza che gli accordi sindacali non sono firmati dal sindacalista… riconosce alle ricorrenti le somme richieste comprensive dei contributi e degli oneri fiscali già versati dalla cooperativa… si dimentica persino di sottrarre loro le somme versate “banco iudicis”… sbaglia nel calcolare le spettanze che lui stesso aveva stabilito per l’avvocato (riconosce cifre superiori)… Il Giudice dell'esecuzione riconosce il doppio delle spese per una stessa sentenza...

Praticamente hanno spogliato la cooperativa di tutto ma non della dignità delle socie rimaste, degli amministratori che hanno compiuto un (mezzo)miracolo che diventerà intero quando si svolgerà il processo penale che condannerà l’avvocato e le sue assistite per le truffe e gli altri reati che hanno commesso.

Poco meno di quindici anni fa, il Direttore Generale della Pubblica Istruzione, pronunciò un famoso “verdetto amministrativo” a proposito di un concorso truccato che la magistratura aveva scoperto, processato e condannato ma non aveva cambiato i vincitori e premiato i ricorrenti. Le sue parole suonano attualissime: “L’annullamento di un atto, non può fondarsi sulla mera esigenza di ripristino della legalità”. Sono attuali per il Procuratore ed il suo Sostituto, per i Giudici del Lavoro, per il Giudice dell'Esecuzione: il mero ripristino della legalità esprime perfettamente il loro pensiero ed ispira il loro operato negligente, neghittoso, trascurato, sciatto!

Si prendano pure tutto, con la truffa, con la complicità o la neghittosità di pochi e isolati magistrati, con la trascuratezza e l’indolenza di chi preferisce girare la testa.



Noi continueremo a difendere la credibilità dello Stato che ha nel ripristino della legalità il compito più alto, quello che rende effettiva l’uguaglianza dei cittadini davanti alla Legge, cioè garantisce lo stato di diritto nel quale vogliamo vivere e per farlo non possiamo smettere di costruirlo.

Filippo de Lubac

lunedì 2 gennaio 2017

Ciocchéggiusto - novelle di giudici, avvocati e imputati.


Presentato il nuovo libro di Nicola Piccenna alias Mattia Solvéri: "Ciocchéggiusto" - novelle di giudici, avvocati e imputati.
Uno sguardo sulla libertà di stampa e sul rispetto dell'art. 21 della Costituzione Italiana e sulla battaglia in loro difesa da parte di uno sparuto gruppo di giornalisti, avvocati e cittadini "comuni" o, come preferirono dire alcuni poveretti, "quisque de populo".


Per chi non avesse potuto seguire la presentazione del 17/12/2016, finalmente è disponibile la registrazione audio/video dell'evento per singoli interventi oppure in unico filmato. Tutti accessibili attraverso youtube:

Primo Intervento: Federica Sciarelli (durata 4’:25’’)

Secondo Intervento: Pino Aprile (durata 3’:35’’)

Terzo intervento: Gianloreto Carbone (durata 21’:33’’)

Quarto intervento: Alessandro Sisto (durata 6’:40’’)

Quinto intervento: Leonardo Pinto (durata 19’:17’’)

Sesto intervento: Enzo Iacopino (durata 16’:14’’)

Presentazone “Ciocchéggiusto”: video integrale (durata 1:39’:41’’)


Il libro è in distribuzione presso:
Libreria Di Giulio - Via Dante Alighieri 61 - 75100 Matera

Libreria dell'Arco - Via delle Beccherie 55 - 75100 Matera

sabato 14 febbraio 2015

Quella libertà di stampa che non interessa (quasi) a nessuno

Quella libertà di stampa che non interessa (quasi) a nessuno

52 mesi or sono (ottobre 2010) il polso delle persone scese in difesa della libertà di stampa in Italia, segnava solo quindici interventi in difesa di un giornalista ingiustamente condannato per aver pubblicato notizie vere, di pubblico interesse e con linguaggio continente. Sul blog www.toghelucane.blogspot.com, questa la notizia pubblicata:

http://toghelucane.blogspot.it/2010/10/15-uomini-sulla-cassa-del-morto.html

sabato 23 ottobre 2010
Libertà di stampa: 15 uomini sulla cassa del morto
Al momento (ore 20:10 del 22/10/2010) sono diciannove i commenti al pensiero di Carlo Vulpio (http://www.carlovulpio.it/) sulla vicenda che vede coinvolto Giacomo Amadori (giornalista di Panorama) e Fabio Diani (appuntato della GdF in servizio a Pavia). Una vicenda emblematica di un'Italia che, quanto a democrazia, ha toccato un livello così infimo da dubitare che si possa mai risalire. Un giornalista pubblica notizie vere, di pubblico interesse, con un linguaggio consono e per questo viene indagato. Gli organi di stampa e televisione, l'ordine dei giornalisti, le penne illustri ed soloni di ogni occasione tacciono o, al limite, biascicano qualcosa. Poi ci sono i faziosi di ogni colore che, quando si accorgono di appartenere allo schieramento avverso (oggi a Panorama, ieri a Repubblica), danno addosso al malcapitato. La libertà di stampa è sacra quando incassi due milioni di euro all'anno o cinquantamila a puntata o tremila al mese, un delitto quando ad esercitarla è un malcapitato ostile a chi ti paga, poco o tanto che sia.

Capita così che i commenti al pensiero di Carlo Vulpio, irriducibile sostenitore del “liberi tutti”, siano solo 19. Nel mondo della rete, nell'era della globalizzazione, solo in 15 (alcuni sono intervenuti più volte) hanno voluto esprimersi sul tema delicatissimo della libertà di stampa che è poi il tema della libertà tout court. 15 uomini sulla cassa del morto. Filippo de Lubac



Qualche giorno fa, da questo blog, abbiamo lanciato una petizione per la difesa della libertà di stampa a cui hanno aderito in 35:

giovedì 5 febbraio 2015

Difendi la libertà di stampa: firma anche tu la petizione alla Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo
Un terribile attacco alla libertà di stampa è in corso in Italia. Da 10 anni, un giornalista è implicato in centinaia di procedimenti penali. Egli ha una sola colpa: lui ha scritto la verità. Inchieste giornalistiche che non piacciono ad un signore arrogante che crede di poter impedire la libera informazione. Firma per chiedere l'intervento della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

Un terrible attaque sur la liberté de la presse est en cours en Italie. Depuis 10 ans, un journaliste est impliqué dans des centaines de cas criminels. Il n'a qu'un défaut: ils ont écrit la vérité. Les enquêtes menées par des journalistes qui ne aiment pas un gentleman arrogant qui croit qu'il peut empêcher l'information gratuite. Signature de demander l'intervention de la Cour européenne des droits de l'homme.

A terrible attack on freedom of the press is in progress in Italy. For 10 years, a journalist is involved in hundreds of criminal cases. He has only one fault: he wrote the truth. Investigations by journalists who do not like a gentleman arrogant who believes he can prevent the free information. Signature to request the intervention of the European Court of Human Rights.

Un terrible atentado contra la libertad de prensa está en curso en Italia. Durante 10 años, periodista está involucrado en cientos de casos penales. Él tiene un solo defecto: escribió la verdad. Las investigaciones de los periodistas que no les gusta un caballero arrogante que cree que puede evitar que la información libre. Firma para solicitar la intervención de la Corte Europea de Derechos Humanos.

Ein schrecklicher Angriff auf die Pressefreiheit ist in Arbeit in Italien. Seit 10 Jahren wird ein Journalist in Hunderten von Kriminalfällen beteiligt. Er hat nur einen Fehler: er die Wahrheit geschrieben. Untersuchungen von Journalisten, die nicht wie ein Gentleman arrogant, der glaubt, er kann die kostenlose Informationen zu verhindern. Signatur, um die Intervention des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte zu verlangen.

Firma la petizione: Je Suis M. Nicola Piccenna

Oggi leggiamo sui giornali che l'Italia ha perso 24 posizioni nella classifica mondiale che misura la libertà di stampa in un Paese.

Nel rapporto di Reporter senza frontiere l’Italia al 73esimo posto a causa di «attacchi mafiosi» e «querele ingiustificate per diffamazione»:
http://www.corriere.it/cronache/15_febbraio_12/liberta-stampa-mondo-italia-perde-24-posizioni-73esimo-posto-eab023c0-b2c4-11e4-9344-3454b8ac44ea.shtml

Non ce n'eravamo accorti!

A noi sembrava che raddoppiare il numero di coloro che scendono in campo per difendere un diritto fondamentale per la democrazia e la civiltà sociale, in soli quattro anni, fosse una grande balzo in avanti!

venerdì 10 ottobre 2014

La riforma della Giustizia in una mossa: arrestare Luigi De Magistris

Quando pubblicai il post linkato in basso (24/12/2009) molte vicende giudiziarie relative alle cosiddette "Toghe Lucane" e, più in generale, alle inchieste condotte da Luigi De Magistris non erano definite.
 
Alcune non sono tali nemmeno oggi.

Tuttavia, come si potrà verificare facilmente, il problema di credibilità del sistema giudiziario Italiano era già molto ben definito e, con esso, le responsabilità di coloro che in prima battuta ne sono i diretti gestori/responsabili.

Oggi si fa un gran parlare e indignarsi e pontificare sulla condanna (in primo grado) inflitta a Luigi de Magistris e Gioacchino Genchi che, di quelle inchieste si occuparono.

Importanti testate giornalistiche nazionali dedicano pagine e attenzione alle responsabilità (più presunte che reali) più varie che graverebbero sull'operato di Luigi de Magistris.
Fior di magistrati, politici e opinion leader si stracciano le vesti per il Sindaco che, esercitando il diritto di critica, si ribella alla condanna attribuendo qualifiche poco onorevoli ai magistrati che l'hanno pronunciata e (sbagliando) non si allinea al dettato della Legge che lo vuole ineleggibile e incompatibile con la carica amministrativa ricoperta.

Dove erano, questi signori, quando venne costruito un intero villaggio nella foce di un fiume (operazione assolutamente impossibile, secondo le norme in vigore nella teorica Repubblica Italiana - in pratica è una oligarchia dove pochi fanno ciò che vogliono e la Legge è soggetta alle opinioni piuttosto che all'applicazione), finanziato abbondantemente con fondi pubblici dove si possono acquistare (dal proprietario privato) superville da milioni di euro con posto barca e attracco dal giardinetto antistante l'ingresso costruite con decine di milioni di euro di fondi pubblici?

Dov'erano, questi signori, quando i magistrati di Catanzaro che subirono la perquisizione ed il sequestro di quintali di documenti perché indagati in un procedimento penale che oggi è processo, operarono il "controsequestro", cioè abusarono della toga che indossavano per sottrarre ipotetiche prove dei reati a loro carico?
Dove erano, questi signori, quando l'intera Procura di Matera (magistrati indagati nel procedimento Toghe Lucane da Luigi De Magistris) intercettava le telefonate tra Luigi De Magistris ed un capitano dei Carabinieri da questi delegato a svolgere le indagini sui magistrati che intercettavano, autorizzavano e gestivano quelle intercettazioni?

Dove erano, questi signori, quando il PM Vincenzo Capomolla, subentrato a Luigi De Magistris, distrusse (è un reato penale) gli atti dell'indagine "Toghe Lucane" disaggregando i faldoni (consolidati dall'atto di chiusura delle indagini firmato da Luigi De Magistris - ex art. 415 bis C.P.P.) e riaggregandoli a suo piacimento in forma, modi e costituzione diversa e non più confrontabile con gli originali?

Dov'erano, questi signori, quando scomparvero anche le copie dei faldoni originari che erano parte del procedimento penale che vede (oggi) i magistrati Catanzaresi alla sbarra?

Dov'erano, questi signori, quando in decine di procedimenti predisciplinari, la Procura Generale della Cassazione fece finta di non vedere gli abusi e le responsabilità dei magistrati di Basilicata e nulla pose in essere per limitarne gli abusi ed i reati?

Erano esattamente dove sono oggi, negli stessi posti di vertice delle Procure, del Ministero, della Procura Generale della Cassazione, delle testate giornalistiche. Magari con qualche piccolo spostamento sempre nella stessa "area". Sempre con la stessa, se non superiore, funzione.
 
Giornalisti, avvocati, magistrati ed anche il vertice dei vertici. Tutti ancora lì, piantati e inamovibili. 
E:
1) mentre si celebrano i processi ai magistrati che sottrassero illegittimamente (violando la Legge, sostiene la Procura di Salerno) la titolarità di quei procedimenti (Poseidone e Why Not) a Luigi De Magistris per autoaffidarseli e condurli all'annichilimento;

2) mentre si celebrano i processi alle "Toghe Lucane" che dopo l'operazione "Capomolla" comunque sono finiti sotto processo in seguito ad una riapertura dell'inchiesta (che tanto inconsistente non era!);

3) mentre il Presidente Napolitano ottiene che vengano distrutti i nastri delle telefonate ricevute da un indagato (oggi imputato), sottraendo alla storia - prim'ancora che alla giustizia, elementi di conoscenza e certezza circa episodi delicatissimi della vita repubblicana;

4) Mentre il Presidente Napolitano ottiene di rendere testimonianza in un processo restando al Quirinale, privilegio a lui solo riservato (dalle norme Costituzionali) su quasi 60 milioni di Italiani;

5) Mentre agli imputati si nega il diritto alla difesa consistente nell'assistere personalmente a tutte le fasi (compresa la deposizione di Napolitano) del processo a loro carico ("privilegio" esclusivamente loro riservato, su quasi 60 milioni di Italiani, che comporterà la nullità del processo - sempre per le norme Costituzionali);

Mentre accade tutto questo, l'unico responsabile del disastro sarebbe Luigi De Magistris? 
Ebbene, arrestatelo, e L'Italia sarà salva!
p.s. Sconcerta il silenzio degli intellettuali ed in particolare dei cultori del Diritto nelle Università Italiane: cosa insegnate ai futuri avvocati, giuristi e politici dell'Italia di domani?
 
 

sabato 18 maggio 2013

Richiesta scritta e risposta orale: Celestina Gravina docet


Il Procuratore, l'informazione e i fatti privati: l'allarme della Procura Nazionale antimafia non merita chiarimenti

Nel dicembre scorso, la Procura Nazionale Antimafia aveva scritto a proposito della Procura della Repubblica di Matera: <<...la Procura della Repubblica di Matera, le cui “difficoltà comunicative” con la DDA di Potenza e la riottosità ad attuare il Protocollo di intesa con questa stipulato, possono ben sintetizzarsi nella opposta valutazione del fenomeno “incendi”... ...La lapidaria relazione dei C.C. di Matera, sostanzialmente conforme a quella degli altri organi di Polizia Giudiziaria; - in assoluta coerenza con l’ostinato e pervicace rifiuto con la locale Procura della Repubblica di affrontare i pur sospetti episodi di estorsione; traffico di stupefacenti; atti di intimidazione; quali “reati spia” di una potenziale presenza di criminalità di tipo mafioso – nega l’esistenza nel territorio di qualsivoglia attività criminosa riconducibile alla criminalità organizzata. Particolare preoccupazione nel Materano, riveste il fenomeno dell’usura, sulla quale sono state condotte importanti indagini>>
Questo giornale, nel riportare il non certo edificante giudizio espresso dalla Procura Nazionale Antimafia sull'operato della Procura della Repubblica di Matera, interpellava il Procuratore Capo, D.ssa Celestina Gravina: “Con la presente, si chiede all'Ill.mo Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Matera, di voler concedere una intervista allo scrivente Nicola Piccenna cell. 393.2542005, redattore de "L'Indipendente Lucano", in merito a quanto pubblicato sul citato periodico nelle date 2/2/2013, 16/2/2013 e nel prossimo numero in uscita in data 2/3/2013 (di cui si allegano copie in formato pdf. In anteprima per quanto concerne il numero di prossima pubblicazione). Si vogliono approfondire, in particolare, il giudizio espresso dalla Direzione Nazionale Antimafia circa l'operato della Procura di Matera, le affermazioni del Dr. Gaetano Bonomi contenute negli atti giudiziari del Procedimento Penale "Toghe Lucane Bis" e le valutazioni circa l'accessibilità agli atti dei procedimenti penali definiti e tenuti da Codesta Spettabile Procura della Repubblica. Qualora l'ill.mo Procuratore non ritenesse di concedere l'intervista, saremo comunque ben lieti di pubblicare eventuali precisazioni, rettifiche e/o dichiarazioni inerenti gli argomenti d'interesse di cui innanzi. In attesa di cortese riscontro, voglia gradire i nostri migliori auspici per il prosieguo del delicato mandato intrapreso. Nicola Piccenna redattore de L'Indipendente Lucano”
In risposta all'istanza, la D.ssa Gravina ha vergato a mano una frase con cui comunicava di non voler concedere l'intervista e non voler fornire precisazioni o dichiarazioni in quanto la richiesta era considerata di carattere “privato”. Orbene, corre obbligo precisare alla D.ssa Gravina: 1) che questo giornale ed i suoi giornalisti non hanno mai avuto e non hanno alcun interesse alle sue vicende private e che tali non possono ritenersi quelle che concernono l'operato di Procuratore della Repubblica; 2) che i gravissimi giudizi espressi dalla Procura Nazionale Antimafia rivestono carattere di estremo interesse pubblico poiché crea allarme sociale “l’ostinato e pervicace rifiuto con la locale Procura della Repubblica di affrontare i pur sospetti episodi di estorsione; traffico di stupefacenti; atti di intimidazione; quali “reati spia” di una potenziale presenza di criminalità di tipo mafioso”; 3) che le decisioni assunte circa le istanze sottoposte al Suo vaglio, non possono essere comunicate agli istanti solo ed esclusivamente oralmente. La tradizione orale non rientra nel costume giuridico vigente sul suolo Italiano sin dai tempi dei Romani. Stravagante e priva di qualsiasi logica la disposizione con cui la D.ssa Gravina nega l'accesso e la copia del suo provvedimento di rifiuto disponendo che tale Sua decisione venga comunicata solo attraverso la lettura. Ancor più inspiegabile e sconvolgente che la D.ssa Porzia Ilvento, Dirigente amministrativo, si sia rifiutata di rileggere una seconda volta il dispositivo all'esterrefatto giornalista!
Claudio Galante

giovedì 17 gennaio 2013

Petizione al Capo dello Stato, On. Giorgio Napolitano, nella sua veste di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura: chiediamo a tutti i magistrati Italiani se sono affiliati alla Massoneria:





giovedì 6 dicembre 2012

Il silenzio delle Università sull'abuso della Corte Costituzionale

“Quando nelle Università i docenti tacquero sulle leggi razziali, si ebbe la certezza che gravi lutti sarebbe costato il ripristino della democrazia”!

C'è da meravigliarsi che il sale sia salato? Ed allora, perché tanta meraviglia che la Consulta si sia inventata una Legge per coprire le telefonate tra l'imputato Nicola Mancino ed il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano?
Sono alcuni anni, caro Direttore, che assistiamo a questi ed anche a più gravi accadimenti in materia di applicazione delle Leggi e di rispetto del principio costituzionale dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla Legge. Tanto nei casi in cui i cittadini siano oggetto di indagine, quanto in quelli in cui indossino le opposte vesti di danneggiati da reati di cui sono o si ritengono vittima.
Il sale, in tutti questi anni, ha coinciso sempre con un principio non enunciabile quanto ineludibile: sul rispetto della Legge, anche quella Costituzionale, prevale la decisione delle corporazioni con ciò significando raggruppamenti a volte esplicitamente istituzionalizzati: ANM, CSM, Ordini Forensi; altre volte semplicemente dichiarati: l'area cattolica, gli onesti, quelli dei valori; il più delle volte solo intuibili perché confinati astutamente nel biasimato girone del complottismo. Come quel giovane maiale in un allevamento intensivo del modenese che, approssimandosi la stagione fredda, ebbe a confidare al suo vicino di mangiatoia: “sai, mi hanno detto che siamo tutti destinati al macello. Infatti ho notato che l'età media coincide con la nostra età, nessuno di noi ha genitori in vita ed il cimitero dei maiali è vuoto”. L'altro, grufolando nel mangime appena rinnovato e senza smettere d'ingozzarsi, gli rispose biascicando: “Non dar retta a nessuno, quelli sono i soliti complottisti. Ti pare che se volessero ammazzarci ci darebbero da mangiare cinque volte al giorno”?
Quello che è più grave, poi, è che il mondo accademico, gli studiosi del diritto non facciano sentire la loro voce. Loro, non sono gli indagati ovvero gli imputati portatori di un interesse personale da tutelare a pena di gravi rischi. Loro, non sono i rappresentanti delle istituzioni di nomina politica o presidenziale, chiamati a rendere conto al nominante di prebende e carriere magari immeritate o semplicemente accelerate. Loro, non sono coloro che avendo qualcosa di cui vergognarsi per cui soggiacere a ricatti o minaccia di ricatto, giustificano alla propria coscienza una penna svogliata o una atrofia cerebrale. Loro, in massima parte almeno, sono gli uomini di scienza, di quella scienza che si dichiara essere libera e protesa al vero. Nel caso specifico sono gli uomini della scienza giuridica e giurisdizionale che dovrebbero difendere, testimoniare e sviluppare. Se tacciono cotanti scienziati, oltre agli avvocati, ai magistrati ed ai professionisti della materia, c'è da temere il peggio poiché è lecito domandarsi quali allievi si formeranno da simili maestri. Quale spirito potranno mai trasmettere e quale insegnamento!
Abbiamo assistito ad atti giudiziari illegittimi ed illegali oltre ogni minimo livello di decenza giuridica e istituzionale. Su tutti ha taciuto il Presidente e, quando non ha taciuto avrebbe fatto meglio a tacere. Alcuni magistrati di Catanzaro, indagati e soggetti a perquisizione personale, disponevano con atto a propria firma il sequestro di quanto era stato loro sequestrato.
Alcuni magistrati di Matera, sistematicamente, registravano le conversazioni del magistrato di Catanzaro che indagava su di loro, arrivando persino a disporre accertamenti di polizia giudiziaria sulle telefonate in entrata ed in uscita dalla stanza d'albergo che quel magistrato utilizzò in occasione delle perquisizioni a carico dei vertici della Procura e del Tribunale di Matera. Un magistrato di Catanzaro ha smantellato i faldoni di un'inchiesta dopo che era stato depositato l'atto di chiusura delle indagini, trasformando anni di lavoro sistematico che vedeva indagati e prossimi al rinvio a giudizio alti magistrati, politici, massoni e membri delle forze dell'ordine in una poltiglia informe degna della archiviazione. Abbiamo assistito alla stagione delle Leggi e dei Decreti ad Personam, alcuni persino firmati dal Quirinale. Cosa c'è da meravigliarsi che il Presidente pretenda ed ottenga la distruzione delle conversazioni tra lui e un indagato nel processo sui presunti accordi fra Stato e Mafia?
Anche persone di medio intelletto come chi scrive, comprendono la grave assurdità di questi atti e delle connesse decisioni. Forse esiste una “ragion di Stato” che a noi sfugge? Una giustificazione che spinge i Supremi custodi della Costituzione a violarla? Ma chi ha dato loro il potere di porsi al di sopra della Costituzione e chi l'ha data al Presidente della Repubblica?
Quello che sembra non comprendere la gente comune e nemmeno quella meno comune è che il pronunciamento della Consulta conferisce un potere enorme e incontrollato al Pubblico Ministero, quello di distruggere a sua esclusiva discrezione atti d'indagine. Immaginiamo che un terrorista internazionale telefoni al Presidente della Repubblica (fra cent'anni) ed i due si accordino per collocare una bomba sotto la poltrona del Presidente del Consiglio. Immaginiamo che quel terrorista sia intercettato e che la telefonata finisca dal PM. Immaginiamo che si tratti di un PM pazzo, aderente ad una organizzazione segreta ostile al Presidente del Consiglio. Secondo il parere della Consulta, pronunciato cent'anni prima, il PM pazzo distruggerà il nastro o, quantomeno dichiarerà di averlo distrutto (perché abbiamo detto che è pazzo e non che è fesso!). Poi, dopo che la bomba avrà fatto quello per cui è stata posizionata, quel PM andrà dal Presidente e dirà: “Stimato Presidente, Le consiglio di darmi l'incarico di formare il Governo e di spiegare ai partiti che occorre un governo tecnico, altrimenti quel nastro...”. È solo fantascienza, naturalmente. Ma la Consulta la rende una eventualità possibile concretamente con tutte le migliaia di varianti che si possono immaginare e... temere.
Nicola Piccenna